Con l’applicazione operativa del Regolamento (UE) 2023/2411, prevista a partire dal 1° dicembre 2025, l’Unione europea introduce per la prima volta un sistema di tutela delle Indicazioni Geografiche Protette per i prodotti artigianali e industriali.
Nel dibattito attuale emerge con forza un tema centrale: la capacità di trasformare un riconoscimento giuridico in valore reale per i territori e per le imprese.
L’IGP, infatti, è già di per sé una forma di posizionamento. Aderire a un disciplinare, operare all’interno di standard condivisi e garantire un legame autentico con il territorio significa collocarsi in un perimetro di qualità e riconoscibilità. Tuttavia, questo posizionamento è strutturale e condiviso: tutte le imprese che appartengono a quella indicazione geografica partono da una base comune.
È qui che entra in gioco la comunicazione.
Il vero salto di qualità si realizza quando la certificazione smette di essere un elemento tecnico e diventa comprensibile per il cliente. Il consumatore, infatti, non acquista una certificazione, ma ciò che essa rappresenta: origine, competenza, autenticità, storia.
In questo senso, il contesto normativo europeo offre un quadro estremamente chiaro. L’evoluzione recente in materia di comunicazione ambientale – dalle normative contro il greenwashing fino alla proposta di direttiva sui green claim – segna un passaggio fondamentale: non basta più dichiarare, bisogna dimostrare. Le affermazioni devono essere verificabili, trasparenti e, sempre più spesso, validate da terzi.
Questo principio è perfettamente allineato con la logica delle IGP: trasformare una promessa in una prova.
Tuttavia, esiste un rischio concreto. Come tutti i sistemi complessi, anche le IGP possono risultare poco comprensibili al pubblico. La complessità, però, non è un limite: è ciò che garantisce la solidità del sistema. Il punto non è semplificare, ma tradurre.
È una dinamica che ritroviamo anche in altri ambiti, come quello dei consorzi, che hanno saputo lavorare trasversalmente sulle filiere, creando valore non solo per il sistema consortile, ma anche per il prodotto finale. Allo stesso modo, le IGP non identificano solo un prodotto o un’azienda, ma un distretto, un sistema di competenze, un patrimonio condiviso.
Ed è proprio nella dimensione di sistema che si gioca la partita più importante.
Le imprese, soprattutto quelle di piccole dimensioni, si confrontano con limiti concreti: risorse economiche ridotte e competenze comunicative non sempre disponibili. Per questo, la risposta non può essere solo individuale. È necessario attivare logiche collettive, capaci di mettere a sistema risorse, strumenti e visioni.
La prospettiva delle IGP non alimentari va quindi letta in una chiave più ampia, che supera il singolo territorio e richiama il valore del dato geografico come elemento di identità, trasparenza e garanzia.
In questo senso, la tutela del consumatore diventa centrale: non solo protezione da pratiche scorrette, ma possibilità concreta di compiere scelte sempre più consapevoli, basate su informazioni chiare, verificabili e comprensibili.
Investire nelle IGP significa, quindi, investire nella cultura del prodotto artigiano, nella sua capacità di esprimere valore, competenze e radicamento territoriale.
Ed è proprio qui che la comunicazione assume un ruolo decisivo: non come semplice strumento di promozione, ma come leva capace di trasformare il valore in percezione, il sistema in racconto, il territorio in significato.
Una comunicazione che diventa, a tutti gli effetti, generatrice di valore.
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