L’amministrazione Trump, nel suo secondo mandato, ha avviato una sistematica offensiva contro la scienza climatica, con quasi 400 azioni ostili in meno di sei mesi. Tra questi spiccano: i tagli ai fondi pubblici, lo smantellamento delle agenzie federali, il tentativo dell’EPA di ritirare 20 miliardi di dollari destinati al clima e il licenziamento di centinaia di scienziati e tecnici, compresi quelli del National Weather Service e dell’osservatorio di Mauna Loa, l’oscuramento dei dati pubblici e la promozione di posizioni negazioniste. Secondo la Princeton University, le emissioni potrebbero aumentare di 470 milioni di tonnellate di CO₂ già entro il 2035, con un impatto dirompente nel lungo periodo, arrivando a rilasciare oltre 7 miliardi di tonnellate in più entro il 2050 rispetto agli scenari precedenti. Questo cambio di rotta frena la transizione energetica, mina la fiducia nella scienza e riduce la capacità del Paese di adattarsi ai cambiamenti in corso. L’obbiettivo è quello di ridurre il ruolo dello stato nella governance ambientale, favorendo la filiera dei combustibili fossili, la quale ha sostenuto la campagna elettorale repubblicana del 2024 con oltre 75 milioni di dollari.
Il discredito verso la scienza è stato ulteriormente alimentato dall’oscuramento del portale globalchange.gov e dal rifiuto della NASA di ospitare dati climatici, ostacolando l’accesso a informazioni fondamentali. Il Dipartimento dell’Energia ha inoltre pubblicato un rapporto negazionista che ridimensiona gli effetti del riscaldamento globale e attribuisce alla CO₂ presunti benefici economici, mentre l’EPA ha proposto di abrogare l’“endangerment finding”, minando la base legale per la regolazione delle emissioni.
Sul piano operativo, si registrano tagli a programmi per infrastrutture resilienti, blocchi ai finanziamenti per l’energia solare nelle fasce di reddito più basse, rallentamenti nella rete meteorologica e una riduzione delle attività del CDC sul monitoraggio delle malattie legate al caldo. Intanto, mentre le norme ambientali vengono allentate per carbone, petrolio e veicoli a combustione, le rinnovabili subiscono un duro arresto: sono stati bloccati progetti eolici, cancellato il programma Solar for All e ritirati milioni di ettari marini destinati alla produzione offshore. La capacità di energia pulita installata entro il 2030 sarà inferiore del 23% rispetto alle stime precedenti, in un momento di crescente domanda elettrica spinta anche dall’uso dell’intelligenza artificiale e dei data center. Questo rallentamento favorisce Paesi concorrenti come la Cina, oggi leader nella produzione di veicoli elettrici.
A livello internazionale, il ritiro dalla diplomazia climatica e dagli impegni multilaterali indebolisce il ruolo globale degli Stati Uniti. Internamente, il progetto di eliminazione della FEMA (Federal Emergency Management Agency) – l’agenzia del governo degli Stati Uniti d’America responsabile del coordinamento della risposta federale ai disastri e delle attività di protezione civile – e la delega agli Stati nella gestione dei disastri rischiano di ampliare il divario tra territori più o meno attrezzati. Senza interventi federali preventivi, come l’elevazione di edifici o la protezione degli ospedali, crescono le disuguaglianze, aumentano i costi assicurativi e le tasse locali, con un impatto particolarmente duro sulle comunità più vulnerabili.
Il secondo mandato di Trump segna un cambio di direzione nella lotta ai cambiamenti climatici. Smantellare la scienza, rilanciare i combustibili fossili e ridurre l’attenzione sulla crisi ambientale rappresentano una scelta che merita una riflessione approfondita, non solo per gli Stati Uniti ma per l’intero pianeta.
FONTE: Futura Network, Bloomberg
